L'autunno sta preparando le sue cose serie… ma prima che tutto questo accada voglio fissare ciò che questa stagione è stata… perché sì, è stata diversa dalle altre e temo che la sensazione, senza parole, si dissolva.
È accaduto questo: in un cortile di Cingoli, all'ora in cui il giorno si arrende, alcune persone si sono sedute ad ascoltare della letteratura: a parlare ero io… lo scrivo e ancora mi pare strano.
Non c'era alcun progetto. C'era un'amica, un ristorante dove ci trovavamo spesso, conversazioni che finivano immancabilmente sulla letteratura. Una sera mi ha domandato: perché non lo fai davanti ad altre persone? Ho risposto di sì prima ancora di comprendere a che cosa stessi acconsentendo.
Le hanno chiamate aperitivi letterari, un nome che continua a non convincermi. So dire meglio che cosa non sono: non conferenze, perché non c'è una tesi da dimostrare, non semplici letture, perché i testi vivono dentro un discorso. Al centro sta ogni volta una parola, consegnata al pubblico come domanda in apertura, da custodire in silenzio, restituita alla fine, quando ormai ha cambiato peso. Questa forma non l'ho disegnata io: si è composta da sola, una serata dopo l'altra.
C'è però una cosa che ho cercato fin dalla prima sera, l'unica davvero mia. Non volevo trattare un tema per voce degli autori, volevo che quel tema si potesse vivere. Quando la parola è stata il sogno, non mi premeva spiegare che cosa il sogno fosse per D'Annunzio: volevo che chi ascoltava provasse, almeno per qualche minuto, che cosa significhi sognare a occhi aperti, credere fino in fondo a ciò che si è costruito, al punto da abitarlo come fosse vero. Con Pascoli volevo che ognuno sentisse la sospensione di chi sogna fermo sulla soglia, sapendo che un passo di più basterebbe a spegnere tutto. Ogni parola, la felicità, la conoscenza, l'amore, ha chiesto lo stesso: non essere raccontata, essere attraversata. Se una serata è riuscita, non è perché ho spiegato bene. È perché per un'ora, in quel cortile, si è sognato davvero.
Dal cortile di Cingoli le serate hanno preso a camminare da sole: paesi vicini, luoghi diversi, fino all'invito più imprevisto, una festa di compleanno. Qualcuno aveva pensato che il dono più giusto per i propri invitati fossero delle poesie lette insieme. Ho creduto di avere inteso male. Poi ci sono andato, naturalmente.
La verità più semplice è che mi diverto. Non trovo una parola più nobile e non mi occorre.
Ora l'autunno è alle porte, con le sue incombenze vere: la scuola che ricomincia, i corsi da progettare, le piattaforme e-learning da seguire, il software da scrivere. Non so quanto tempo resterà per le serate. So che ci lavorerò piano, perché le parole che mancano sono più di quelle già dette.
Una serata dura un'ora, non si ripete uguale, non lascia nulla da portare via. Resta solo in chi c'era. Mi ci è voluta tutta l'estate per capire che il dono è proprio questo. Un oggetto passa di mano e lì si ferma. Un'esperienza entra nella vita di una persona e non sai più dove va: qualcuno forse riapre un libro fermo da vent'anni, qualcuno racconta a casa una delle storie ascoltate, qualcuno niente. Va bene ugualmente. Per un'ora quella persona ha abitato un tempo che non si sarebbe concessa da sola, ha sognato a occhi aperti, si è chiesta dove stia di casa la felicità.
A voler essere onesti, il dono non lo faccio nemmeno io. I testi appartengono ad altri, a gente che scriveva meglio di quanto io saprò mai parlare. Io preparo la tavola, poi mi faccio da parte quando è il momento di leggere. Alla festa di compleanno era evidente: il regalo lo faceva la festeggiata ai suoi ospiti, io l'aiutavo soltanto a incartarlo.
Di questa estate che se ne va mi porto via la gratitudine. Per un'amica che a tavola ha posto la domanda giusta, per chi si è seduto ad ascoltare senza che nessuno lo obbligasse, per chi ha creduto che un'ora di letteratura potesse essere un dono. Il resto verrà.